1° Human book – SIDY

Sidy ha 23 anni e viene da Dakar, in Senegal.

Un bel giorno  la sua famiglia numerosa l’ha mandato qui a lavorare, così senza preavviso.

E lui resta qui perché senza documenti di soggiorno la sua famiglia non se lo riprende.

Sidy così peregrina da un lavoro precario all’altro, da uno sfruttamento all’altro, clandestino, fuggiasco, impaurito, vittima di umiliazioni ed abusi. Unica isola felice la Villa dove Sidy ritrova amici, compagni di avventura e l’affetto di una famiglia.

Sidy, di gran lunga molto più saggio della sua giovane età, ha deciso che prenderà moglie in Senegal solo una volta che sarà in regola con i documenti.

Per intanto sogna i baobab, gli alberi della sua terra.

 IL BAOBAB

Sidy si siede con entusiasmo. Ti hanno spiegato cosa dobbiamo fare vero?, chiedo.

Sì, mi hanno spiegato, risponde e si mette seduto, braccia conserte dentro la felpa nera a cappuccio, con lo sguardo spaurito che vaga altrove.

Sidy, ventitre anni il dieci di aprile primo di tre fratelli e di due sorelle, viene da Dakar, Senegal.

In Senegal, prima di partire abitavo in una casa con mio zio Chikhe e la sua famiglia, lui è il fratello di mia mamma ed ha la mia stessa età. In quel periodo lavoravo con lui che aveva un negozio di abbigliamento, da quando avevo 10 anni, dal 1997 al 2007, sebbene non mi pagasse. La famiglia numerosa di mio nonno, che aveva quattro mogli, abitava di fronte a noi. Mio padre invece aveva solo due mogli e abitava un po’ più lontano da noi.

Io sono il primo nipote di mio nonno, il padre di mia mamma, che a sua volta era la sua prima figlia, così mio nonno ha chiesto di mandarmi a vivere con lui, quando io avevo 4 anni, perché in Senegal il primo nipote, che viene considerato come il più importante, viene affidato ai nonni, affinché questi lo crescano.

Io peraltro ci sono anche nato in casa dei miei nonni perché mia mamma, sebbene sposata, viveva ancora con loro. Poi, dopo una settimana hanno fatto la festa “GHENTE” per la mia nascita e siamo andati a vivere con mio papà.

Era bello stare con i nonni, quando non volevo andare a scuola mia nonna diceva: “Va bene , stai con me”. Poi la nonna mi raccomandava sempre di non fare cose brutte, di essere sempre onesto. Lei sì che mi voleva bene.

Come ti dicevo, stavo con mio nonno e tre nonne, perché l’altra moglie non abitava con lui. In quel periodo nascevano tanti zii e zie ma io non giocavo con loro perché ero più grande sebbene giocassi a calcio con gli altri amici.

Tutte le nonne mi volevano molto bene e nessuno mi dava mai fastidio perché io ero il primo nipote.

In casa con noi abitava anche il primo figlio del
nonno con tutta la sua famiglia. E anche altri figli del nonno con la loro famiglia.

Mangiavamo tutti insieme (un piatto grande per tutti i bambini!) perché eravamo veramente tanti, non so quanti bambini, ricordo tutti i loro nomi ma non il numero, mentre i grandi mangiavano a parte. Cucinavano le donne, quelle più giovani. Cucinavano due giorni a testa e lavoravano al posto delle nonne. Il nonno lavorava al mercato con i miei zii e a noi non mancava mai nulla. Avevamo sempre vestiti e cibo per tutti.

Io davvero ci stavo bene là, in Senegal!

Sidy racconta di essere approdato qui, dopo un primo tentativo finito male nel 2007, poi il 23 gennaio 2008 è stata la volta definitiva, puntualizza.

Lui mica pensava di venire qui, a Sidy lo zio gliel’ha detto il giorno stesso che partiva. Ma perché ti hanno mandato qui? Sidy ti guarda e sorride perché precisamente non lo sa. Per fare fortuna, perché così hanno fatto i cugini, per non pesare sulla famiglia, per mandare i soldi alla famiglia. Boh, lui proprio non lo sa bene il perché. Hanno fatto una cosa brutta, sottolinea Sidy, io non ci pensavo proprio di dovermene andare via. Non volevo…

Ma lo zio Chikhe e il nonno hanno pensato che era meglio così, per me e per la mia famiglia.

Mio zio, continua Sidy, quello che abitava sopra di noi con le sue due mogli, quel giorno mi ha aspettato a casa e mi dice: devi partire oggi stesso, poi mi dà in mano dei soldi e il biglietto aereo per l’Italia e mi dice che mi aveva prenotato anche l’albergo.

Avevo il permesso turistico. Era il 2007, il 22 settembre. Sono arrivato a Malpensa, ero io insieme ad altri tre. Parlavo francese e le uniche parole di italiano che sapevo e che mi aveva insegnato mio zio che aveva già vissuto qui erano: ciao, aiutami, i numeri e robe così insomma.

Dicevo che sono arrivato, la polizia ha visto i documenti e mi ha rispedito indietro dicendo che il visto non era valido (sebbene lo fosse!). Così sono dovuto tornare in Senegal.

Ma lo zio aveva detto che dovevo partire ancora. Così mi ha dato un altro biglietto e altri soldi, tremila euro, per una settimana, dicendo che mi aveva prenotato un hotel a Bologna. I soldi servivano per “fare finta”, per la polizia, ma appena arrivato ho dovuto mandarli indietro. Ho mandato indietro tutti i soldi, non ho tenuto nemmeno una lira.

Sono arrivato a Parigi in aereo, da lì poi sono andato a Bologna, qui ho trovato dei ragazzi senegalesi che mi hanno aiutato a prendere il treno per Milano: scendi al capolinea, mi hanno detto, ricordati.

Una volta a Milano Centrale ho comprato una scheda telefonica Telecom e ho chiamato mio cugino che era qui e sono andato da lui.

Ma perché tuo zio ti ha mandato in Italia?, chiedo.

Perché ho iniziato a lavorare con lui, risponde Sidy, da quando ero piccolo. Ero un bambino vivace così mi hanno mandato, avrò avuto sui dieci anni, a lavorare con lui, al mercato, a vendere vestiti e lo zio, che poi era il fratello di mia mamma, decideva per me anche se i soldi che ora guadagno qui li mando a mia mamma non a lui.

In Senegal Sidy senza permesso di soggiorno non può tornare perché la sua famiglia non vuole. Potrà farlo solo quando suo zio Chikhe gli dirà che sì Sidy può tornare, allora sì, ma prima assolutamente no. Con i documenti Sidy potrà anche tornare in Senegal e prendere moglie…

Non posso tornare a casa perché mio zio non vuole. Mi dice  “stai li e fai fortuna” ma la fortuna non c’è.

E non posso tornare se la mia famiglia non vuole perché se torno senza soldi in tasca nessuno mi aiuta né mi dà un lavoro. Dico a Sidy perché non torna in un’altra città del Senegal per ricominciare una nuova vita. Risponde che se torna vuole stare con la sua famiglia e poi il lavoro non c’è in Senegal.

Ormai sono troppo grande per imparare un lavoro nuovo, per imparare il muratore o il meccanico o l’elettricità ci vuole tempo. E io so fare solo il commerciante.

Sidy qui coabita con altri cinque egiziani. E’ approdato da loro dopo un’esperienza di lavoro finita male che lo ha lasciato per strada. Ma non mi trovo bene. Giuro. Guardano la televisione in dialetti arabi, abbiamo una piccola cucina , ognuno mangia da solo e se lascio il mio latte e il mio olio non li trovo più. In questi giorni ho mal di stomaco e tengo le bustine del the sotto il cuscino. Vorrei andare ad abitare con il mio amico Diouf e Shariff che sono del Senegal così siamo più tranquilli.

Sidy non ha ancora i documenti e neanche un lavoro fisso e senza lavoro niente documenti anche se poi Sidy un quasi datore di lavoro giù a Potenza, che gli avrebbe firmato il contratto per la domanda, come dice lui, l’aveva anche trovato. Peccato però che poi l’egregio padrone non si sia presentato in Questura a firmare.

“Dio comanda, io non comando”, intercala spesso Sidy, con tono fatalista.

I soldi servono alla mia famiglia, dice. Genitori, fratelli, sorelle, nonni.

Per Sidy la scuola di italiano di Villa Pallavicini è una famiglia. Mi sento uno di loro, dice, perché loro capiscono solo guardandomi quando c’è qualcosa che non va anche se dico che va bene quando non va bene loro dicono: Sidy invece c’è qualcosa che non va. E quando sono con loro, io mi sento come se fossi nato davanti a loro.

Anche il comitato degli stranieri, creato recentemente, gli piace molto perché dentro ci sono persone di paesi diversi ma che tutti insieme formano un gruppo unito e fanno spesso festa con cibi dai colori e sapori diversi e fanno anche volontariato per il quartiere, aiutando ad esempio le persone anziane a fare la spesa.

Sidy lavora dalle sei della mattina alle cinque di sera per trenta euro al giorno. Ma è sempre meglio di niente, fa lui. Peccato che il padrone mi chiami solo quando vuole. Non so mai in che giorni lavorerò. A volte per due settimane a volte non si sa. Va a mettere la pubblicità nelle cassette della posta.

Ho fatto un sacco di lavori, sai? Anche il badante, per cinque giorni.

E poi cosa è successo?, domando.

Ho conosciuto una donna nigeriana, Sara, fa Sidy, lei mi ha trovato un lavoro da un signore, che voleva un uomo come badante. Mi ha detto che mi dava 500 euro e vitto e alloggio, di più non potevo aspettarmi, diceva, perché sono clandestino. Allora c’era questa vicina di questo anziano che ficcanasava sempre perché prima i soldi quel signore li dava a lei. Lei continuava a dirmi che sono clandestino, che non potevo pregare, che non potevo fare questo e fare quello. Un giorno lei entra in camera mia e dice che le lenzuola sono sporche perché sono io, nero, che le sporco. Ma cosa stai dicendo? Le dico, io mi lavo ogni giorno, non sporco niente. Ma lei continua dicendo che sono nero, sporco e clandestino e alla fine convince il mio padrone a licenziarmi, dopo cinque giorni di lavoro.

Ho dovuto chiamare la polizia per riavere le mie cose personali, dopo che me ne ero andato perché quello da dentro non voleva aprirmi né rispondeva più. I soldi di quei cinque giorni non li ho più riavuti.

Ho lavorato anche in un negozio, continua, un negozio di articoli sportivi. Ero anche bravo. Poi qualcuno ha fatto la soffiata alla finanza e un giorno sono venuti i controlli e allora il padrone ha dovuto cacciarmi via perché non ero in regola coi documenti. Dovevo farlo, Sidy, ha detto il padrone, ma non perché non sei capace, soltanto perché non hai i documenti e senza documenti non puoi lavorare, però passa a trovarmi quando vuoi Sidy.

Sidy vorrebbe tornare in Senegal, al più presto ma senza documenti la sua qui è una permanenza forzata, continua, perché non potrei tornare né andare da altre parti in Senegal senza l’approvazione della mia famiglia. Pensa, mi fa, che c’è un connazionale, dice, più vecchio di me che non torna a casa da otto anni, dice abbassando lo sguardo commosso.

Qui in Italia se hai fatto la domanda per il permesso poi forse arriva anche il lavoro anche se adesso c’è crisi per tutti. Ma qui non ti aiuta nessuno per capire come funziona per fare la domanda.

Qui senza documenti non puoi fare niente e la polizia ti ferma ovunque e cerca di mandarti via.

Mi è capitato di recente in metropolitana mentre cercavo di vendere ombrelli. Lì la polizia mi ha fermato, mi ha tolto tutti gli ombrelli, ha cominciato a fare storie, io ho detto che volevo solo lavorare, di lasciarmi stare ma loro continuavano così sono scappato. Sono finito su un tram, una volta salito mi sono buttato disteso per terra per non farmi vedere, ma la polizia mi seguiva e mi aspettava alla fermata. L’autista alla fine mi ha aiutato aprendomi le porte del tram prima della fermata. Quel giorno ho continuato a cambiare autobus per un sacco di ore fin quando sono tornato qui, stremato, impaurito…

Un’altra volta mi hanno preso, di nuovo, mi hanno portato in caserma, mi hanno interrogato e tenuto tutta una notte senza mangiare né bere né poter andare in bagno, seduto su una sedia per tutto il tempo. Poi mi hanno portato in tribunale, lì il giudice poi alla fine mi ha lasciato andare.

Qui in Italia essere neri è la cosa peggiore perché ti riconoscono subito come straniero e allora quando sali sui mezzi pubblici o vai ovunque le signore si tengono stretta la borsa e ti fanno sentire il ladro che non sei.

Qui senza documenti non hai neanche un’assistenza sanitaria quando stai male. Mi è capitato ad esempio a Natale di avere mal di denti, molto forte, ma fino al dieci gennaio ho dovuto tenermelo il dolore, fino a quando ha riaperto il servizio dentistico gratuito dell’Opera San Francesco.

Ma senti Sidy alla fine qual è il tuo sogno, gli chiedo? Ce l’avrai pure un sogno a ventitre anni no?

Sidy ci pensa un po’: il mio sogno? Il mio sogno è di mandare i soldi alla mia famiglia giù in Senegal perché di questo vivono. E io sto bene se loro stanno bene. Ma ora non posso mandar niente perché non ho lavoro e quindi nessuna disponibilità e nessun’altro dei miei del resto viene qui in Italia perché questo Paese, ormai, non può offrire più niente.

Ma allora perché non vai via dall’Italia, Sidy? Magari in Francia o Spagna qualcosa di meglio si può tentare di trovare no?

No, risponde, non vado via. Non faccio come quelli che un anno qui e un altro là, dovrei ricominciare tutto da capo, io qui sto bene, in questo quartiere intendo, mi sento come in una famiglia anche se non ho (ancora) documenti né lavoro.

Un giorno quando avrò l’uno e l’altro potrò tornare in Senegal e prendere moglie e fare una grande festa, dopo il ramadan, con la mia sposa che ogni ora si cambierà d’abito, com’è usanza da noi.

Abbiamo finito, Sidy, adesso però disegna qualcosa per me, una cosa che ti rappresenta o che ti piace.

Sidy toglie il cappuccio al pennarello, mi guarda perplesso. Non sono tanto capace, dice.

Lo incoraggio, allora sorride e si mette all’opera. Dopo qualche minuto sul foglio improvvisato campeggia un altissimo baobab.

Il baobab, ecco!, annuncia felice, l’albero del Senegal. Il nostro albero. Qui in Italia ancora non ne ho visto nessuno…

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in progetti e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...