2° Human book – CARMEN

Carmen ha 78 anni e viene dalla provincia di Belluno. Emigrata appena diciottenne in Svizzera a lavorare, si è da subito ribellata allo sfruttamento dell’oltre confine dove è andata e tornata più volte. Proveniente da una famiglia numerosa ha sempre lavorato in fabbrica fin quando si è sposata ed è tornata qui in Italia, sempre lavorando per la famiglia, marito e figlie.

Dopo qualche anno è venuta a vivere qui a Crescenzago. Attiva, di mente libera e cuore generoso è stata una leader tra le madri del Leoncavallo. Memoria storica e liberale dei tempi in cui Milano era preda del fascismo, Carmen riceve attualmente lettere dalla Russia affinché parta per fondare laggiù un nuovo Leoncavallo.

Il miraggio svizzero

Numero dieci. Citofono De Min. Entrando sulla sinistra, al primo piano, risponde la voce femminile.Ad accogliermi, sull’uscio, Carmen, settantotto anni a marzo. Mi fa strada in casa accendendo di volta in volta le luci delle stanze. Ecco, accomodiamoci qui, dice, e mi fa cenno di sedermi al tavolo della sala.Mi squadra seria, seduta di fronte, come quelle indoli antiche così restie a prendere confidenza e a darla.

Carmen è della provincia di Belluno, inizia a dire, di una famiglia numerosa di sorelle e fratelli. A quell’epoca, racconta, durante la sua infanzia e adolescenza non c’era né sale né zucchero né altri mezzi. Il padre aveva un piccolo negozio di fabbro, in quel piccolo paese sperduto nella vallata bellunese. Di quel negozio campava tutta la famiglia e del resto, poco peraltro, che si poteva racimolare. In famiglia, aggiunge Carmen, eravamo otto figli più i miei genitori più uno zio paralizzato che viveva con noi. Addirittura, il carro non era neanche tirato dagli animali, tanta era la povertà di allora, ma dalle persone! Mi ricordo di quella volta in cui le mie sorelle, per prendere la farina, andarono da Belluno a Treviso, tirando il carro, su una strada ripida per più di 70 chilometri, al posto degli animali.

Nel 1945, continua Carmen, la vallata era piena di partigiani per cui dividevamo il cibo, i vestiti e le coperte, perché così volevano i miei genitori che allungavano la minestra per darla anche a loro.

Mio padre aiutava tutti ma lui che era socialista non lo aiutava nessuno, neanche il Comune ci passava cose gratis mentre ad altri sì!

E nonostante tutta quella miseria si era più contenti di adesso.

Prima della Svizzera ero andata a lavorare a Genova, nelle case private ed in qualche albergo, avevo 15, 16 anni.

Si andava in Svizzera perché dopo la guerra quel Paese mandava in Comune la richiesta di una certa quantità di operai e i Comuni si adoperavano a cercare manodopera.

Così, una volta compiuti i diciotto, io e le mie sorelle siamo emigrate in Svizzera mentre i miei due fratelli sono partiti per l’ Africa. Perché tutti quanti, dopo la guerra, si emigrava all’estero per lavorare che qui in Italia non c’era davvero più niente.

Il viaggio in Svizzera lo si faceva in ferrovia, in terza classe, sulle panchette di legno, cambiando treno più volte.

Prima di entrare definitivamente in Svizzera, a Chiasso sono stata quasi due notti a fare tutte le analisi che certificassero che stavo bene, sì perché là in Svizzera ci volevano sani.

Anche se poi nelle fabbriche di tessitura, in Svizzera si lavorava anche nove ore senza pausa né rancio.

I primi anni, dice, abitavo dalle suore perché i nostri genitori ci mandavano via da casa ma dalle suore stavano sicuri che sapevano che ci sarebbe stato un controllo.

Le suore ci svegliavano un’ora prima per andare in chiesa a pregare, poi ci accompagnavano al lavoro in fila per due capeggiando e finendo la fila, per controllarci meglio, insomma.

La busta paga, però, se la prendevano le suore e la spedivano direttamente alle famiglie delle ragazze qui in Italia, trattenendo la quota per il vitto e l’alloggio, senza neanche dirci cosa guadagnavamo, già perché noi di quei soldi non abbiamo mai visto un centesimo. Così non ho mai saputo quanto guadagnavo.

Una volta arrivata al convitto ricordo, dopo qualche tempo, di due compagne che si ammalarono di TBC; dovevano stare sempre a letto, essendo senza forze e con la febbre alta. Beh sa che un giorno le suore ci dissero che queste due sarebbero ritornate in Italia a casa loro perché erano malate? Io mi ribellai. Sì, perché non era giusto che quando dovevi entrare in Svizzera ti facevano tutti gli accertamenti ed entravi solo se eri sana ma, se ti ammalavi, ti mandavano a casa. Ma non mi ascoltarono. Allora io insistetti che avrebbero dovuto almeno  essere riaccompagnate da qualcuno considerato il loro precario stato di salute. Le suore mi dettero una risposta molto vaga al che decisi di accompagnarle io stessa. Ci volle un po’ di tempo per farmi preparare il passaporto, sì perché sa le suore, una volta arrivate in convitto il passaporto ce lo ritiravano.

Quando partii il medico mi consegnò delle lettere da portare al loro medico in Italia. Nelle lettere c’era scritto che la TBC era una malattia contagiosa e che le ragazze dovevano essere isolate.

Ma le loro famiglie, come la mia, a quel tempo erano molto numerose e povere, vivevano in case senza finestre e senza la possibilità di comperare le medicine, la penicillina era già stata inventata ma costava troppo.

Mentre le riaccompagnavo a casa, arrivata in Italia, mi fermai a Chiasso e portai le ragazze alla Protezione delle Giovani che aveva sede nella stazione ed era una piccola stanza con dei letti e qualche sedia. Subito le infermiere misero a letto quelle povere ragazze e io andai alla Polizia. Consegnai le lettere e raccontai i fatti. Loro chiamarono i vari consolati che a loro volta chiamarono la ditta a Zurigo e gli dissero che le persone dovevano curarle e non mandarle via. Qualche giorno dopo arrivò il telegramma che diceva che De Min era licenziata.

E qui Carmen si scalda, infatti con tono più acceso continua: ma io non volevo restare in Italia perché i soldi per la famiglia mi servivano così tornai in Svizzera e andai dritta al consolato e una volta lì esposi la questione per filo e per segno e anche loro si resero conto, quelli del consolato, che quel licenziamento era stata un’ingiustizia e così la ditta dovette riassumermi.

Una volta tornata a lavorare le altre ragazze però mi stavano alla larga, avevano paura di parlare con me perché io ero una testa calda, una che le cose non le mandava a dire se non andavano bene.

E ancora fui licenziata quando mi incolparono di aver scritto una lettera in cui denunciavo che le ore di lavoro notturne non ci venivano pagate in modo corretto.

E anche stavolta feci il diavolo a quattro esponendo le mie ragioni e mi dovettero riprendere in fabbrica.

Capitò poi un’altra volta che per caso venni a sapere la ragione per la quale noi ragazze del convitto ricevevamo così poco cibo per sfamarci ed era perché le suore volevano risparmiare sui soldi delle nostre rette  e quindi sui generi alimentari. Appena ne ebbi la conferma ne parlai al consolato e anche qui venne fuori un putiferio e pure stavolta mi licenziarono, per la terza volta!

Andai al consolato e sì avrebbero pure dovuto riassumermi ma stavolta avevo paura, infatti qualche settimana prima che succedesse il pandemonio un uomo, dissero poi il giardiniere del convitto, si era introdotto con la torcia di notte, nel nostro dormitorio, avvicinandosi al mio letto. Per fortuna da qualche giorno avevo, chissà per quale sesto senso, deciso di cambiare branda. Solo dopo compresi che fu uno stratagemma per incolparmi di chissà quali sporche bugie per cacciarmi via, perché ero una scomoda.

È stata l’unica volta in cui ho temuto un po’, per il resto della mia vita mai, memore di mio padre che mi ha sempre detto che se si dice la verità non si deve avere paura.

Quando sono andata via dal convitto tutte le mie compagne però hanno pianto perché ormai non avrebbero avuto più nessuna ad aiutarle a togliersi dai guai.

Successivamente a quel periodo sono andata a lavorare a Zurigo negli alberghi dove ho conosciuto mio marito, che gestiva il bar dell’hotel. Mio marito era un bell’uomo, uno che si faceva voler bene, svelto, che sapeva le lingue, per questo trovava lavoro con facilità.

Poi però si ammalò.

In Svizzera ci chiamavano “cingali” (zingari) a noi italiani anche se sul lavoro ci rispettavano perché il nostro lavoro lo facevamo bene.

Carmen racconta poi di quando è rimasta incinta della seconda bambina e l’affittuaria le ha detto che con due figlie non sarebbe riuscita più a pagare l’affitto e la stava mandando via, così lei è andata al sindacato che è uscito  a controllare e ha verificato che, per quel buco di spazio, di affitto pagavano anche fin troppo e ha permesso a Carmen ed alla sua famiglia di restare lì per un anno senza pagare più nulla.

Quasi dieci anni sono rimasta in Svizzera, e ci mancava poco che mi dessero anche una sorta di pensione, ma mio marito si è ammalato e allora, su suggerimento dei datori di lavoro, ci hanno rimandato, noi e le nostre due bambine, in Italia perché l’aria del suo Paese, dicevano, l’avrebbe sanato. Invece mio marito non è più guarito…

Qui in Italia, continua Carmen, con mio marito siamo andati a lavorare negli alberghi, ne abbiamo perfino gestito uno noi due, a Bergamo, che poi però è stato venduto così da lì  siamo dovuti andare a lavorare come stagionali ad Alassio, mettendo le figlie in collegio per poter farle studiare. E io, vede, avrei davvero voluto studiare di più, aggiunge Carmen, che magari le cose le avrei fatte anche meglio…

Alla fine siamo venuti  a Milano, abbiamo abitato qualche tempo in città studi , poi in via Prandina e poi qui in Via Berra.

Appena arrivata lavoravo in Stazione Centrale, ma anche lì c’erano tante cose che non andavano. All’inizio eravamo 300 operai ma poi volevano fare la ristrutturazione e licenziare quasi tutti. Ero delegata sindacale e quella volta è proprio finita male. L’azienda ha ingaggiato dei poliziotti privati che hanno mentito così mi hanno arrestato, io e altri sindacalisti. Mi hanno preso sul posto di lavoro e mi hanno portato al carcere di San Vittore. Siamo stati lì per un mese. Nel frattempo mi avevano licenziato. E il sindacato, pensi, per non avere problemi ci aveva strappato la tessera. Il processo è durato tanti anni ed è costato tantissimi soldi. Alla fine ho vinto. Sa l’assoluzione con formula piena.  Ma erano passati tanti anni. Il giudice aveva scritto anche che dovevano riassumermi ma io non me la sono sentita di rientrare nella stessa ditta. Anche i soldi che mi hanno dato sono bastati solo per pagare gli avvocati .

Da allora ho fatto sempre qualche lavoro in nero perché all’inizio ero molto abbattuta e poi troppo grande per essere assunta. Così ora, dopo 40 anni di lavoro, tra la Svizzera e l’Italia prendo una pensione minima.

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