3° Human book – Vasile

Vasile ha 45 anni e viene dalla Romania. Nel 1992 arriva per la prima volta in Italia, clandestino e mal nascosto su un treno insieme ad un paio di compagni di sventura. Da allora diverse volte parte e torna, sempre attraverso i treni, nascosto come un animale braccato, imbarcandosi prima in lavori saltuari e vita randagia, poi lavorando per il costruttore Bertarelli (nome di fantasia) e poi in proprio. Vasile ha tanta forza quanto buon umore e ottimismo. È uno che si è spaccato la schiena e che ogni giorno continua a farlo. Dei tempi del regime in Romania rimpiange quando davvero si combatteva per gli ideali.

Ha sposato un’italiana e ha due bellissimi ed amati figli. Vive qui a Crescenzago.

La mamma di Vasile ogni volta che lui parte per l’Italia rimane sulla soglia a guardare il figlio fino a che sparisce al suo sguardo

L’uomo dei treni

 Qui è difficile essere riconosciuto, anche come persona, vedi ad esempio la trafila che ho dovuto fare per il permesso di soggiorno. Così esordisce Vasile, 45 anni il 25 di febbraio, di Cluj, Romania.

Perché qui in Italia quando dici rumeno, purtroppo, ti associano ai rom…

La prima volta che venni in Italia, inizia Vasile, fu nel ‘92,

mi ricordo che era il 3 ottobre, venivo dalla Germania con altri due disperati come me. Ci siamo nascosti nei controsoffitti del treno, un treno che passava per la Germania, guarda mi ricordo ancora tutte le fermate… Ci hanno beccato a Rovereto, hanno aperto la botola. Erano molto stupiti di trovare delle persone lì, ci hanno puntato le pistole addosso dicendoci di scendere giù. La polizia poi ci ha fatto dormire nella sala d’attesa della stazione quella notte, erano molto gentili con noi e ci dissero che l’indomani ci avrebbero portato alla Questura di Trento dove ci avrebbero dato il permesso di soggiorno per lavorare. Il giorno dopo ci portarono davvero in Questura ma non fu così semplice.

Ci trattarono molto male, ci fecero le foto segnaletiche, presero le impronte e poi ci cacciarono fuori in strada. Da lì decidemmo di venire a Milano. Abbiamo fatto per un po’ la vita di strada, di notte, poi siamo tornati in Germania dove il governo, allora, ti dava un alloggio e dei marchi.

Sono poi tornato qui nel ‘93, sempre imboscato nello scompartimento di un treno sotto la panchina, con la testa ficcata per otto ore vicino al calorifero, non ti dico come mi scoppiava tutto qui dietro, e Vasile fa cenno alla nuca. Mi ricordo che ho incrociato per un attimo gli occhi di un bambino che per l’altezza riusciva a vedere sotto. Ci siamo guardati. Né io né lui abbiamo detto niente. Non so poi se e cosa abbia detto alla madre con cui viaggiava.

Sono ritornato ancora nel maggio del ‘93 con un altro treno, stavolta in seconda classe, ho trovato dei ragazzi nello scompartimento che mi hanno aiutato, anche il controllore alla fine mi ha aiutato quando mi ha beccato senza biglietto. Ha regalato il biglietto e dei soldi alla mia disperazione. Ma allora era diverso, non c’era ancora tutta questa invasione di  stranieri.

Una volta a Milano sono tornato a lavorare da Bertarelli.

Ho conosciuto mia moglie, Veronica, per caso. Poi ci siamo sposati, anche perché alla fine con tutte queste leggi che non si capisce mai niente e che cambiano in continuazione lei aveva paura che mi mandassero via. Adesso ho due figli, una bella casa e faccio l’elettricista assunto con un contratto a tempo indeterminato.

Ma scusa Vasile , gli chiedo, perché sei venuto via dalla Romania? Per scappare dal regime?

No, no!, fa subito lui, ero un tipo curioso io, avevo voglia di vedere le città occidentali che da noi c’era il regime comunista. In quel momento il regime era sì qualcosa di chiuso ma non troppo oppressivo. Quel sistema, allora, era come la Bibbia.

Il sistema scolastico era molto buono. C’era la scuola gratis. L’università gratis. Ma dovevi lavorare, per forza. E la Romania aveva chiuso il commercio verso l’interno, sebbene esportasse, così la gente crepava di fame.

Sai, continua Vasile , io vengo da una famiglia di contadini con vecchie tradizioni. Siamo in sei fratelli, anche se il più grande è morto recentemente.

Adesso laggiù tutto è cambiato. Ora non si combatte più per gli ideali e su certi aspetti era meglio il regime che fino agli anni Ottanta, credimi, si stava da Dio. Le famiglie, là adesso, non sono più unite come prima. La democrazia, purtroppo, in Romania è stata capita male. Le foreste sono state sfruttate e prima la proprietà privata non c’era.

Insomma là ci torno sempre meno perché sono deluso, ci porto la mia famiglia certo ogni tanto, perché voglio che i miei figli ricordino che fanno parte anche di quella cultura anche se spero che un giorno non debbano patire quello che ho patito io quando mi consideravano un rumeno che non vale niente.

E l’Italia ti piace, Vasile? L’Italia sì, solo che qui si lamentano tutti, c’è troppo egoismo. Invece devi tirarti su le maniche, devi darti da fare, come ho fatto io, conclude Vasile .

Vasile si rimette la cuffia di lana grigia, il giubbotto. Saluta, ringrazia. Un giorno magari ti faccio vedere i miei bambini, conclude poi prima di uscire.

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