4° Human book – ELVIRA

Elvira ha 81 anni. Parla un milanese perfetto nonostante le origini pugliesi. Donna tenace, forte, volitiva, si è occupata sin da piccola, con sacrifici molto più grandi di lei, della madre inferma, perfino durante i bombardamenti, portandola dall’appartamento in cui vivevano fino giù al rifugio ogni volta che l’allarme suonava. Proveniente da famiglia numerosa, già molto piccola ha perso il padre, ex operaio Pirelli morto per silicosi. Ha vissuto la fame, gli stenti, le macerie ma con quell’ottimismo e quel pragmatismo tipico dell’Italia del        dopoguerra. Elvira canta, come sua madre. Già bisnonna, vive con la sua affettuosa ed elegante gatta, qui a Crescenzago.

Tre rondinelle napoletane.

Elvira e la sua affettuosa gatta mi accolgono nel caldo appartamento che odora di minestrone.
Elvira che tra tre mesi fa ottantadue  anni, nata a Sesto San Giovanni ma di origini pugliesi. I genitori, Giovanni e Grazia , originari di San Severo in provincia di Foggia, si erano trasferiti a Sesto San Giovanni nel ’27. Elvira aveva cinque fratelli, lei la penultima. Tutta la famiglia era venuta a vivere a Crescenzago nel ‘32.
Dopo avermi avuta, mia madre Graziella è rimasta totalmente paralizzata a seguito di una febbre da parto, poteva muovere solo un braccio dal gomito in giù ed una gamba dal ginocchio in giù. I dottori non sapevano il perché, le hanno anche detto che forse una nuova gravidanza l’avrebbe aiutata e così è nato Antonio il mio ultimo fratello.
A quei tempi lavorava solo mio padre, alla Pirelli nel reparto pneumatici, che era più pericoloso per la salute ma per questo si guadagnava di più.
Poi nel ’37 mio padre, era il primo giorno di scuola, è morto per la silicosi e alla Pirelli hanno dato il posto a mia sorella maggiore che aveva 17 anni.
Ci hanno mandato in collegio, io e due dei miei fratelli, uno al Martinitt, uno al Luigi Gonzaga  e io all’Asilo Mariuccia perché mia mamma non ce la faceva da sola con noi piccoli. Dopo il collegio, quello dove stavano i piccoli orfani che abbigliavano da Balilla, finita la quinta elementare, è tornata a casa per aiutare: accudiva la madre e i due fratelli più grandi.

Elvira di quei tempi ricorda la tanta miseria. Vivevamo, dopo la morte di mio padre, con la paga di mio fratello di 14 anni che  aveva trovato lavoro alle Acciaierie Falck, poi anche con quella di mia sorella.
Elvira racconta e procede come un treno, neanche un attimo di esitazione nella voce, nella fila di parole, nei gesti rassicuranti. Sicuro e forte è il suo tono, come lei, del resto, è sempre stata in questa sua vita durissima.
Con la guerra, aggiunge, sono arrivati i veri stenti, infatti si viveva solo con la tessera del mangiare.
A 13 anni poi sono andata anche io a lavorare, qua dietro via della Valle, in una fabbrica che faceva i pettini di plastica. Facevo un lavoro da uomo, sollevavo una pressa pesantissima.
Lavoravo tutti i giorni dalla mattina alla sera compreso il sabato tutto il giorno, perché non era ancora arrivato il “sabato inglese”.
Una volta se eri malata non ti pagavano i primi tre giorni e se non lavoravi come dicevano loro ti licenziavano senza preavviso, non c’erano i sindacati che ti proteggevano. Però di lavoro ce ne era tanto. Bastava adattarsi a fare qualsiasi cosa. Io di posti non ne ho cambiati tanti. In una ditta sono stata 25 anni a fare la magazziniera e sballottavo 30 /40 quintali di roba al giorno. Oggi ci sono i muletti ma una volta era tutto a spalle. Infatti la mia schiena l’ho rovinata lì.
Alla sera quando tornavo a casa c’era tutto il resto da fare: fare da mangiare, pulire, lavare, stirare, accudire la mamma.
Ma quando c’erano i bombardamenti, sa, io correvo a casa dal lavoro , qua da mia madre per portarla giù nel rifugio. Sì perché mia madre non poteva muoversi. 
Così quando c’erano i bombardamenti gli uomini che potevano aiutarmi, portavano giù mia madre da casa, scendendo per una scala a chiocciola stretta, verso il rifugio. Ma era una fatica che non s’immagina, portarla giù, lei che pesava oltre cento chili.

Mi ricordo una volta che mentre la portavano giù nelle cantine/rifugio sono arrivati gli aerei e gli uomini sono scappati e hanno lasciato mia mamma in mezzo al cortile poi è arrivato mio fratello e l’ha trascinata dietro un muretto al riparo dalle schegge.
Si viveva davvero di povertà, continua Elvira, anche se c’erano tante brave persone che facevano beneficenza. Io ad esempio andavo a piedi fino in via Lulli per prendere il brodo e altro cibo regalato dai benefattori e quella miseria c’è stata fino a due anni dopo la fine della guerra.
Pensi che mio padre nell’agosto del 1937 andò giù in Puglia, al paese, a fare incetta di viveri per sfamare noi figli, poi qualche mese dopo a ottobre è morto  perché la silicosi, ci hanno poi detto i medici, si sviluppa con l’aria nativa…Quel cibo alla fine non restò soltanto per noi comunque. Mi ricordo bene che i parenti venivano a casa a trovarci e mia nonna paterna, quella lì!, dava loro del cibo, lo prendeva a noi per darlo a loro, di nascosto!!
C’è anche da dire, aggiunge Elvira, che in tutta quella povertà nera c’erano anche delle piccole isole felici, ad esempio qui nel cortile e intorno c’erano alberi da frutto e andando a dare una mano di qua e di là un po’ di cibo riuscivo sempre a portarlo a casa. C’era poi la fidanzata di un cugino che lavorava al diurno dove davano i bollini per avere il pane, pensi che lei ci metteva da parte delle bustine con dentro gli stampini per avere il pane, a nostra volta, per come potevamo.
Quando poi la guerra è finita sono arrivati i momenti buoni. Qui intorno in quel periodo c’era tanta gioventù così si andava a ballare, sotto il porticato, o a suonare (che i miei fratelli suonavano) o, ancora, a cantare, che io cantavo. E ogni tanto facevamo le serenate a mia mamma qua sotto la strada per farla divertire.
Sa, io ho preso la passione del bel canto da mia madre, fa Elvira. Mia madre, nonostante la situazione debilitata da inferma, cantava spesso, quasi come un riscatto per la vita infelice che aveva fatto da piccola: sua madre morì quando aveva tredici anni e la matrigna che ebbe dopo non faceva che picchiarla. Pensi che quando mio padre la vide e se ne innamorò e ne chiese la mano beh mio nonno non voleva dargliela perché c’erano le sorelle più grandi da maritare così loro fecero la fuga e poi lui se la poté sposare. Mio padre era innamoratissimo di mia madre, per lei faceva qualunque cosa. E anche lui aveva il vezzo di cantare. Spesso tutti e due si mettevano al balcone e cantavano per le persone che passavano sotto oppure mio padre faceva venire in casa persone per cantare e suonare per rallegrare le serate di mia mamma che lei non poteva muoversi e di tutti noi.
Comunque, dicevo, io mi occupavo totalmente di mia madre. Prima di andare al lavoro le preparavo il caffè, la spostavo dal letto alla poltrona e le predisponevo tutto il necessario ma lei era tutta morta da un lato che ben 26 anni di infermità si è fatta!! Una benefattrice ebrea che avevamo conosciuto da quando mio padre si era ammalato ed era stato in ospedale e che ci aveva preso a cuore aveva insegnato a mia madre a lavorare coi ferri della maglia solo con la parte di braccio che aveva ancora funzionante e così con questo hobby riusciva per lo meno a passarsi le giornate che in quegli anni non avevamo neanche la televisione.
Io poi le leggevo tanti libri a mia madre. Da lì mi è venuta la passione per la lettura.
Tutto il giorno  mia mamma stava sola in casa ma i vicini, una volta uno una volta l’altro, passavano per vedere se aveva bisogno di qualcosa: di bere, oppure l’aiutavano ad usare il vaso da notte, perché la poltrona non aveva la comoda. Oppure per un saluto o per farle compagnia.
Abbiamo chiesto anche di cambiare casa e andare al pian terreno perchè così mia mamma potevamo metterla con la poltrona in giardino e stava un po’ in compagnia.
Una volta mia madre abbiamo anche cercato di portarla al cinema a vedere “Cavalleria rusticana” che le piaceva tanto ma poi è successo un guaio ed è caduta dalla sedia a rotelle improvvisata che le avevamo fatto mio fratello, perché non c’erano le sedie a rotelle come ci sono oggi, e così al cinema le è venuta la febbre a 40 per i dolori e ho dovuto riportarla a casa.
Anche un’altra volta l’abbiamo portata fuori, quando io e mio fratello abbiamo partecipato ad un concorso canoro dell’oratorio e l’abbiamo vinto entrambi anche se non abbiamo ritirato il premio perché volevano darlo ad uno solo!
Sono state le uniche volte che è uscita a parte una volta che è andata in ospedale per le coliche.
Mia mamma soffriva tanto di coliche renali e a casa le facevamo le punture per farle passare il dolore fino a che è morta per l’ennesima colica a 52 anni. Ma allora i dottori non dicevano niente. Solo che erano coliche renali e non c’erano le cure di oggi.
E cosa si ricorda di più di quegli anni, Elvira? Beh mi ricordo che si stava meglio allora, quando si stava peggio quando c’era tanta miseria e non c’era niente ma in realtà c’era tutto. Io ho sempre indossato le cose riadattate dei miei fratelli e il primo paio di scarpe nuove me le ha comprate mia suocera il giorno del consenso!
Mi ricordo che si andava a lavare al naviglio con il secchio e si andava a chiedere l’acqua calda al prestinaio.
Io la prima lavatrice, continua Elvira, l’ho avuta solo nel 1971 e anche la televisione l’ho avuta quando mio figlio aveva otto anni.
Non c’è proprio paragone tra ieri e oggi, ieri la vita era più spensierata, anche per i bambini, oggi invece non ci sono più valori né educazione sia per i grandi che per i piccoli e ai figli non si riesce più a negare niente!
Io ormai sono già bisnonna quattro volte e su certe cose non dico più niente anche se rimango a bocca aperta ma una volta davvero era tutto diverso. Si faceva gruppo, ad esempio giù nell’orto si tagliava l’erba insieme, si raccoglievano i pomodori, si faceva la salsa, avevo anche organizzato un salottino qui sul piano dove parlare e stare tutti insieme.
Elvira conclude con un ricordo di sua madre, l’ennesimo, di lei che amava le canzoni alla radio, la radio comprata dallo zio, e che quelle canzoni le sapeva tutte, specialmente quando c’era il Festival di Napoli che lei seguiva. C’era una canzone che però cantava spesso, una di Sergio Bruni. Era… come si chiama?, chiede Elvira, non ricordo bene, credo fosse… faceva “tre rondinelle napoletane”… E Elvira la canzone me la accenna e sì davvero ha una voce che emoziona, proprio come il volto di sua madre che sorride lì nella fotografia bianco e nero che Elvira ha appoggiato sul tavolo come una preziosa reliquia. Perché sua mamma comunque è sempre stata allegra perché dice Elvira “era così di carattere” e se non fosse stata così sarebbe morta molto prima. Aveva un po’ il mio carattere.

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