5° Human book – GIASSI

Aldo Giassi, 86 anni vive a Crescenzago dal 1958, dietro via Palmanova.

Imprigionato e arruolato nella RSI dopo uno sciopero alle Officine Caproni, fugge arruolandosi in una brigata partigiana. Catturato, viene imprigionato in un campo di smistamento.

Dopo una nuova fuga, raggiunge finalmente Milano all’alba della Liberazione.

L’eroe

Giassi entra puntuale, scrollandosi di dosso la pioggia, e dopo qualche istante si allaccia al collo il foulard di quando ad Imperia Sandro Pertini diede la medaglia d’oro alla 2° Divisione Garibaldi. Aldo Giassi, classe 1925, nasce a Udine il 2 di gennaio da padre ferroviere e madre casalinga, quarto figlio dopo 3 sorelle. Aldo non è intimidito dall’intervista, lo chiamano spesso nelle scuole per raccontare ai bambini la sua storia.

Comincia dal 1938 quando arriva, con la famiglia, a Milano, stabilendosi in Via Aselli al 18, zona piazzale Gorini. Mio padre lavorava in Ferrovia ed ha chiesto il trasferimento a Milano   perché pensava che la grande città aiutasse mia sorella maggiore  a  trovare un’occupazione. Poco dopo infatti ha trovato lavoro in Pirelli. A quell’epoca io avevo 13 anni. Ho cominciato presto, a 14 anni e mezzo sono mi hanno assunto al Giambellino in uno stabilimento dove facevano i contatori dell’acqua, successivamente, a 17 anni sono andato alla Caproni Aeroplani a Taliedo. La fabbrica,  all’epoca era portata avanti dai nazisti e produceva aeroplani da guerra. Nel ‘43 sono cominciati i primi scioperi, “gli scioperi del marzo” per boicottare i nazisti nella produzione di armi e contro la stato di miseria di tutta la popolazione. Ma se si scioperava si veniva subito deferiti al Tribunale di Guerra (si era già nel 1943!).

Sai, subito dopo il primo sciopero alla Caproni, mi hanno deferito e poi portato al Carcere di San Vittore di Milano. Sono rimasto sei mesi a San Vittore fino a quando mi hanno condotto nella RSI, Repubblica Sociale Italiana, quella di Salò, e obbligato a d arruolarmi nella Flak all’interno dell’artiglieria contraerea con divisa color cachi, stivaletto e cappello dell’aviazione.

Da lì mi hanno portato ad Arezzo; ad Arezzo ho avuto modo di assistere ai massicci bombardamenti a tappeto sulla città, i nodi ferroviari, le fabbriche, fino al giorno in cui non ne ho potuto più di tutta quella violenza e sono scappato. Avevo appuntamento con altri due ragazzi che però non so perché non si sono presentati ma io ho detto no, qui non ci resto e sono scappato da solo. Solo col mio zaino, a piedi verso Firenze. Ho vagato per le campagne fino a che ho trovato rifugio presso una delle contadine del luogo, che mi ha nascosto e nutrito per alcuni giorni. Ma dopo una settimana giravano voci strane sulla mia presenza e ho deciso di scappare di nuovo.

Sempre a piedi, sono arrivato a Paullo del Frignano, vicino Monte Fiorino, continuavo a camminare all’avventura, senza una direzione precisa, evitando la strada per non incrociare i posti di blocco fino a che, in un casolare, un giorno incontro un uomo in borghese che poi si è rivelato essere un partigiano. Ho deciso di andare con lui e aggregarmi ad un gruppo di partigiani della zona. In quel periodo ho assistito ai più feroci e violenti rastrellamenti operati su bestiame, persone e preti da parte di brigate e nazisti. Giassi descrive la vita dei partigiani come una vita dura. Si dormiva dove capitava, nelle stalle, sulla paglia ricoperti, quando andava bene, dalla stoffa dei paracaduti lanciati dagli alleati. Sorride Giassi, “sai , erano di seta”. Per mangiare eravamo aiutati dai contadini, senza l’aiuto dei contadini la resistenza non so dove poteva andare. Più di un contadino è stato ucciso per avere dato un contributo ai partigiani. Se pioveva rimanevi bagnato perché i panni erano sempre quelli. Ti lavavi in qualche modo. Se trovavi un paio di scarpe magari sul corpo del nemico morto potevi cambiarle se no ti arrangiavi. Tra noi partigiani l’umore era buono perché eravamo tutti volontari e sapevamo quello che facevamo , avevamo un ideale. Alla sera ognuno raccontava le storie della propria famiglia. Nei momenti di pausa tra un’azione e l’altra davamo una mano ai contadini che ci facevano sentire un po’ di famiglia, poi cantavamo sull’aia. Eravamo tutti giovani e non guardavamo il pericolo. Anche se una volta, durante un rastrellamento, mentre  scappavo, le spine mi hanno fatto uscire molto sangue dalla gamba e mi sono spavento e tutti gli altri mi prendevano in giro perché dicevano che ero un cittadino. D’altra parte io venivo dalla città e non ero abituato.
Dopo di che Giassi si unisce alla Brigata Cappettini 3° Divisione Aliotta Distaccamento Arturo Albertazzi Brigata Garibaldi. Con loro  ho collaborato  a diverse missioni, facendo saltare case e ponti. Fino a che il 18 settembre mi hanno ferito, nella presa di Varzi, durante un rastrellamento.  Ne porta tuttora traccia nelle schegge che ha sotto pelle su mani e resto del corpo, me le fa toccare. Mi da una strana sensazione sentire quei bitorzoli duri arroccati lì sotto la sua pelle a testimonianza tangibile della battaglia.I dottori della Brigata che lo hanno curato non hanno potuto rimuovere tutte le parti di metallo conficcate nel suo corpo. Dopo un paio di giorni un altro rastrellamento a cura di un gruppo di Mongoli (mercenari russi a servizio dei nazifascisti) e della GNR (Grande Nazione Repubblicana) lo vede prigioniero: Giassi viene preso e portato prima a Voghera, poi a Pavia ed infine ancora una volta al carcere di San Vittore. Questa volta mi hanno messo nel reparto dei politici, che era peggio degli altri reparti, il trattamento era più severo, c’erano anche i cani, i miei genitori sapevano che ero a San Vittore ma non li lasciavano venire a trovarmi o a portarmi delle cose. Dopo un paio  di mesi un giorno ci hanno caricato su un camion, me ed altri prigionieri e ci hanno portato nel campo di smistamento ad Innsbruck. Prima di partire, dalla finestra del carcere, ho visto un vecchio compagno di scuola e gli ho chiesto di avvertire i miei genitori che mi avrebbero portato via, così lui ha avvisato la mia famiglia che è venuta a salutarmi sulla strada mentre mi caricavano sul camion. Nel campo, in Austria, i prigionieri venivano condotti a fare lavori tipici da contadini (raccolta fieno, patate, ecc.) controllati a vista da 4, 5 soldati tedeschi.

Noi tutti, dagli ebrei ai gay agli zingari ai testimoni di Geova ai comunisti vivevamo all’interno di baracche con tavole di legno come letto.

Ogni mattina c’era la conta, nel cortile, con l’acqua con la neve o il freddo venivamo portati nel cortile per la conta e ognuno veniva assegnato ad un lavoro. Erano i contadini che ci davano da mangiare, qualcuno ci dava qualcosa di più e qualcuno meno. Spesso era solo una ciotola di minestra con bucce di patate . Alla fine del lavoro tornavamo nel campo e lì c’era la solita sbobba. Bisognava cercare di avere le forze per sopravvivere perché se ti ammalavi c’era la morte. Non si potevano nemmeno scrivere lettere quindi la mia famiglia non sapeva nulla di come stavo. Comunque quello era un campo di smistamento quindi era meno crudele dei definitivi.

In seguito Giassi riesce a scappare insieme ad un compagno di Sesto e due donne grazie all’aiuto di una di quelle guardie, arriva quindi a Verona nascosto dietro delle casse su un camion. A Verona ci siamo nascosti sotto un ponte per la notte ma non sapevamo che proprio sopra di noi era insediato il comando tedesco. Lo abbiamo visto solo al mattino con la luce.

Le due ragazze che erano scappate con noi si sono fermate a Verona perché avevano dei parenti e noi abbiamo proseguito per Milano.

Dopo una tappa a Brescia finalmente siamo arrivati a Milano, ma abbiamo dovuto restare nascosti per un bel po’ fino al contatto della 117° Brigata per il Giorno della Liberazione.

Me lo ricordo ancora quel giorno, come fosse ieri, mi ricordo la grande festa e l’accoglienza che i milanesi fecero ai partigiani.

Da allora Giassi ha fatto parte della Guardia Partigiana di Via Benedetto Marcello, poi si è arruolato in Polizia, facendo servizio al Campo di Volo di Bresso.

Cacciato dalla Polizia perché comunista, Giassi ha fatto poi tutta una serie di lavori fino all’assunzione definitiva nel1952 in Atm.

Mi ricordo che, subito dopo la fine della guerra, Milano era completamente distrutta per i bombardamenti; non dimenticherò mai nel ‘47 e ‘48 la ricostruzione, il voto, il passaggio da repubblica a monarchia e il voto dato alle donne.

Giassi pensa con malinconia a tutti gli amici, compagni di lotta persi dal 1945 ad oggi, mentre dice che partecipa a tutte le manifestazioni (da quella contro il terrorismo a quella per la strage di Bologna alla recente al Palasharp)

Giassi ha avuto un sacco di encomi dopo la guerra: lui ateo che crede però nel valore dell’umanità ed è quindi solidale e tollerante verso qualsiasi credo e religione e individuo umano che sia. Qui in Italia ce la facciamo a superare questo periodo, solo se restiamo tutti uniti, conclude poi.

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Una risposta a 5° Human book – GIASSI

  1. Filippo D. ha detto:

    Conoscere Aldo Giassi “Milan” è un privilegio, ascoltarlo un insegnamento, averlo accanto in piazza uno stimolo e un motivo in più per “tenere duro” sui diritti civili e la Costituzione.

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