6° Human book – La storia delle storie

La sede dell'ass. cult. Villa Pallavicini

Ed eccoci qui: l’ultima storia. Fin ad ora abbiamo raccolto le testimonianze di tre italiani e di due stranieri. Il sesto e l’ultimo dovrebbe essere uno straniero.

Ma ecco che la scelta si dimostra difficile. Chi tra i tanti? Quale delle loro storie è più particolare delle altre, quale rende meglio l’idea di chi sono i nostri nuovi vicini di casa, da dove vengono, perché, cosa lasciano, cosa cercano. Far parlare “l’ultimo” comporta far tacere tutti gli altri.

Giorni e giorni di confronto tra noi, operatori della Villa: “forse è meglio Hassan, no, meglio Saida, ma Fatima potrebbe dire di più…”

Ed ecco che alla fine decidiamo di raccontare la nostra storia. Di essere noi il libro vivente. Abitiamo e lavoriamo in quartiere, siamo italiani ma il meticciato ci ha pervaso. Le loro storie sono diventate le nostre. Il loro dispiacere, il nostro, le loro allegrie, le nostre, come in un’unica grande famiglia.

Negli anni abbiamo visto la zona cambiare a poco a poco. Ricordo che all’inizio dicevo “ma da dove escono tutti questi stranieri?”. Di giorno le vie erano popolate da italiani ma alla notte, col buio, si materializzavano gruppi sempre più numerosi di stranieri che con le luci dell’alba svanivano. E incutevano un po’ di paura. Chi erano? Cosa facevano, dove abitavano?

In parte per esorcizzare la paura e capire cosa stesse accadendo, in parte per lanciare un ponte che ci aiutasse a capire chi fossero questi abitanti della notte, nasce la scuola gratuita di italiano per stranieri.

Oggi, quei fantasmi sono diventati persone, ragazzi, donne, uomini con un nome ed una storia, con sorrisi e tristezze, con un fare sempre molto garbato. 

Ed ecco la difficoltà, di scegliere tra tutte le loro, una storia.

Avremmo potuto raccontarvi di Nuraia, donna somala di circa 45 anni, che ne dimostra 20 di più. Che quando le chiedi perché è venuta in Italia ti racconta sorridendo che in Somalia “8 bambini e un marito, poi una bomba, boom, 6 bambini e niente marito”. Nuraia che è ospite in una comunità che la accoglie per la notte ma il giorno no, che al mattino presto deve uscire e rientrare alla sera all’ora di cena. E cosa fai durante tutta la giornata? Soprattutto d’inverno? “Vado giro giro, sull’autobus” e ti elenca tutti gli autobus di Milano da cui sale e scende. “ma mi fa molto male la pansa”. Le chiedo il perché? Perché sull’autobus non c’è il bagno e non ho i soldi per andare nei bar. Che stupida, non ci avevo pensato! Lei ti bacia e ti abbraccia ogni volta che ti vede e, avvolta nel suo velo, sorride sempre e ti vuole bene come sa voler bene una mamma.

Oppure perchè non chiedere ad Aziz, allievo di Luisa che, durante una festa, si alza mille volte per portarle da bere, da mangiare, preoccupato perché vuole che la sua maestra sia contenta e a suo agio. E tra un bicchiere d’acqua ed una fetta di torta le racconta che mesi prima si è buttato dal secondo piano del cantiere in cui lavorava. Lavorava lì da un anno, ma senza i documenti, e per questo non lo pagavano. Aveva chiesto più volte i suoi soldi, senza ottenere risposta. Poi, un giorno, esasperato e sfinito è salito al secondo piano del ponteggio e si è buttato di sotto. Racconta tutto questo col sorriso perché ora i soldi li ha ottenuti. E’ stato parecchio ingessato ma i suoi soldi li ha avuti. Anzi gliene hanno dati di più.

E allora mi viene in mente Hamed, un ragazzo bellissimo, 21 anni, con un sorriso che ti da fiducia nella vita e nel futuro, che dal ponteggio è caduto. Anche lui lavorava in nero, si è rotto tutte e due le braccia. Lo hanno portato lontano dal cantiere e lo hanno lasciato sulla strada. Ora Hamed ha il permesso di soggiorno, in questo momento è in Egitto per prendere moglie. Ma forse in questo momento in Egitto non sarà facile prendere moglie.

Hamed tornerà perché finalmente ha il permesso di soggiorno.

Vorremmo parlare di Mohamed, anche lui senza permesso; ha deciso, molti mesi fa, di collaborare con la giustizia italiana e denunciare un crimine. Ora non può lasciare l’Italia perché è un testimone, ma non può lavorare perché l’iter del processo in cui è testimone è lungo, lunghissimo. Avrebbe diritto ad un permesso o di lavoro o di giustizia che non arriva. Mi chiede ogni giorno “quando arriverà?”. Gli rispondo di avere fiducia, prima o poi arriverà. Ma se mi chiede “come faccio a lavorare, mangiare, pagare l’affitto senza i documenti?”, onestamente non so cosa rispondere. Ricaccio il pensiero di Mohamed in un angolo sperduto della mia mente e spero che nel frattempo non scelga strade sbagliate. Ha meditato a lungo sull’eventualità di collaborare con la giustizia italiana, ha prevalso il suo senso della giustizia e la sua dignità, hanno prevalso il suo entusiasmo e la sua energia giovanili, ma ora?

Invece Roman il permesso ce l’ha. E da moltissimi anni. Un giorno lo hanno chiamato in commissariato, gli  hanno detto che era accusato di avere fatto, una decina di anni prima, delle rapine a mano armata, in una città in cui lui non era mai stato. Ha risposto che non era stato lui, che c’era un errore. Gli hanno risposto che “se non era stato lui, poteva stare tranquillo”. E lui è stato tranquillo. Lui e la moglie Marika, poco più che ventenne, avevano un bambino di due anni ed erano in attesa del secondo. Per questa ragione si sono spostati dal piccolissimo  monolocale in cui vivevano ad un bilocale distante poche decine di metri. Perché Roman viveva a Crescenzago e lavorava a Crescenzago, da anni, regolarmente presso la stessa azienda. Passano i mesi, è estate e Roman e la sua famiglia decidono di tornare al paese, prima che nasca il secondo bimbo, per salutare i parenti e portare doni a tutti. Ci saranno anche due matrimoni e l’eccitamento è al massimo. Partono per il viaggio agognato e, ritornato in Italia dalla lunga vacanza, dopo pochi giorni, Roman viene convocato in Questura “per verificare i documenti”, gli dicono. Lui si presenta col furgone dell’azienda. Ammanettato e trasferito al carcere di san Vittore, solo il tempo di chiamare la moglie e il datore di lavoro per il furgone, scopre che sulla sua persona pende una condanna a  quasi nove anni di reclusione. Sentenza definitiva, senza possibilità di appello.

Ci attiviamo subito per capire cosa è successo, per fare uscire subito Roman dalla prigione perché lui in quella cittadina italiana delle rapine non ci è mai andato. Ma scopriamo che non c’è più nulla da fare. Ogni termine è scaduto. Le udienze, le notifiche, inviate al vecchio indirizzo, tutti i vari iter burocratici sono stati corretti, il difensore d’ufficio c’era. Leggiamo con la moglie le migliaia di carte degli atti del processo, è una commedia che se non fosse tragica, sarebbe comica.

-Riconosciuto in volto il rapinatore che portava il passamontagna. -Riconosciuto da foto segnaletica, che ritrae solo il volto, per la sua statura …e via dicendo. Sentiamo avvocati e avvocati ma non c’è più nulla da fare. Ci dicono che nessuno sarebbe stato condannato in quelle circostanze se avesse avuto un buon avvocato. Roman resterà in carcere per tutta la durata della condanna. Non vedrà nascere né crescere il secondo figlio, dovrà stare lontano dal primo. Mi dice la moglie, che è rimasta in Italia per poter stare vicino al marito, che il signore ha sempre dei disegni per noi e dobbiamo accettarli. Tra molti anni Roman uscirà dal carcere e dovrà, per sentenza, tornare al suo paese, perché non gli sarà mai più concesso di soggiornare in Italia. Ed allora la sua famiglia lo seguirà. E forse ricominceranno da capo. Forse riusciranno prima o poi a dimenticare questo paese che per loro è stato una trappola mortale.

Anche Nagla il permesso ce l’ha. E’ partita anni fa dal suo paese, di notte, senza dire niente alle tre figlie, il marito era morto. E’ partita per cercare un futuro. Che non trova, è troppo vecchia per trovare un lavoro, e ora anche troppo malata. Da mesi ha scoperto di essere malata, ha subito un intervento chirurgico all’addome e passa le sue giornate tra medici ed ospedali. Prima di ammalarsi aveva avviato le pratiche per il ricongiungimento familiare per la figlia più piccola. Lo ha ottenuto e Saida ora vive con lei. Due donne, una troppo vecchia ed una troppo giovane per cavarsela da sole in un paese straniero, ma decise a non tornare perché comunque al loro paese si sta peggio. Quando le prende lo sconforto, Nagla ci chiede tra le lacrime di giurarle che, se le succedesse qualcosa di brutto, sua figlia verrà a vivere con noi. E noi le rispondiamo di stare tranquilla che non morirà.

Invece è morta Samira, 30 anni. Una bella ragazza velata. Così dolce che i suoi amici dicono che Allah l’ha voluta con sè per la sua dolcezza. Samira era malata di cuore. Era stata operata da bimba al suo paese. Più volte si era recata al pronto soccorso per controlli ma, senza permesso, le analisi approfondite non gliele facevano. Avevano protestato, lei e le sue sorelle. Poi un giorno, un mese fa, proprio una delle sue sorelle se l’è vista spirare sotto gli occhi. In macchina, uscite da Burgy, Samira si è sentita male, la sorella è scesa dalla macchina per prendere dell’acqua, quando è tornata la sorella era morta. Il suo cuore ha ceduto. Quel giorno hanno pianto anche i soccorritori della croce rossa e i medici dell’ospedale perché per lei non c’era più nulla da fare. Alle sorelle è rimasto l’onere di raccogliere in tre giorni settemila euro per rimandare la salma alla madre.

Ma la vita dei nostri nuovi amici non è costellata solo di grandi tragedie, è fatta della fatica quotidiana di vivere in giovane età in paesi di cui non conosci le abitudini, la lingua. Di carichi di incertezze, dubbi da portare da soli. Come Ines che mi chiama dal pronto soccorso e mi dice “il mio corpo è tutto malato, ho paura, non capisco…” le chiedo se ha chiamato sua mamma al paese d’origine. Mi risponde che no, non l’ha chiamata e non la chiamerà perché non vuole preoccuparla. Per fortuna si trattava solo di una forte influenza. Ma Ines di forza ne ha da vendere. E’ la stessa Ines che mesi fa si è piazzata nell’ufficio di una “commercialista” italiana che le aveva proposto, in cambio di soldi, di trovarle un datore di lavoro per regolarizzare la sua posizione; i soldi Ines glieli aveva dati ma il datore di lavoro non è mai saltato fuori. Ines, con incredibile coraggio, si è impuntata nell’ufficio della “commercialista” minacciando di chiamare i carabinieri se non avesse avuto indietro i propri soldi. Ines sapeva bene che, se fossero arrivati i carabinieri, lei sarebbe stata espulsa dall’Italia o ancor peggio finita in prigione. E’ sempre Ines che mi racconta che ha da poco cambiato casa. Nella casa in cui abitava prima, sul suo piano viveva una signora  anziana, la figlia non veniva mai a trovarla, allora lei ogni giorno le portava del cibo ed alla sera le faceva compagnia fino a che non dormiva. L’anziana ha pianto quando Ines se ne è andata. E’ sempre lei che mi chiede “Manu, ma perché gli italiani parlano male degli stranieri? Noi non facciamo niente.”

E potremmo continuare così per pagine e pagine. A raccontare frammenti della nostra storia che si incrocia con quella di questi nuovi residenti.

Ma diventerebbe noioso perché mancano i loro sorrisi, le loro lacrime, il loro entusiasmo, le loro delusioni, le loro fotografie, la loro lingua, i loro colori e i loro odori.

Il fatto è che dietro ad ognuna delle persone che incontriamo per strada, che abitano nel nostro condominio, che incrociamo nei supermercati ci sono storie come queste da scoprire, ascoltare, farsi raccontare. Libri viventi da aprire, da sfogliare. Dietro ad ognuno dei loro volti c’è una persona da amare e da cui essere amati.

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